Добірка наукової літератури з теми "ARCHITETT"
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Статті в журналах з теми "ARCHITETT"
Stauskas, Vladas. "KAI KURIE ŠIUOLAIKINĖS ARCHITEKTŪROLOGIJOS ASPEKTAI." JOURNAL OF ARCHITECTURE AND URBANISM 33, Supplement (December 31, 2009): 270–78. http://dx.doi.org/10.3846/1392-1630.2009.33.270-278.
Повний текст джерелаStauskas, Vladas. "KAI KURIE ŠIUOLAIKINĖS ARCHITEKTŪROLOGIJOS ASPEKTAI." JOURNAL OF ARCHITECTURE AND URBANISM 33, Supplement (December 31, 2009): 270–78. http://dx.doi.org/10.3846/13921630.2009.33.270-278.
Повний текст джерелаAlkan Bala, Havva. "Reading of the Architectural Identity via Cinema." CINEJ Cinema Journal 4, no. 1 (July 13, 2015): 79–109. http://dx.doi.org/10.5195/cinej.2014.118.
Повний текст джерелаSalcedo Rahola, Tadeo Baldiri, and Ad Straub. "The role of the architect using integrated contracts for social housing renovation projects." Journal of Engineering, Design and Technology 14, no. 4 (October 3, 2016): 802–17. http://dx.doi.org/10.1108/jedt-02-2015-0008.
Повний текст джерелаDevlin, Ann Sloan. "Architects: Gender-Role and Hiring Decisions." Psychological Reports 81, no. 2 (October 1997): 667–76. http://dx.doi.org/10.2466/pr0.1997.81.2.667.
Повний текст джерелаLiu, Wei, and Bo Yang. "Comprehensive Competency Evaluation on the National Class1 Registered Architects." Applied Mechanics and Materials 584-586 (July 2014): 2730–34. http://dx.doi.org/10.4028/www.scientific.net/amm.584-586.2730.
Повний текст джерелаAhmad, Saya H., Lawen A. Karim, Binay O. Rahim, and Ashkan Azad. "An Inquiry About the Roles and Duties of Architects in the Public Sector: Sulaimani Governorate as the Study Field." Journal of Studies in Science and Engineering 1, no. 1 (August 25, 2021): 11–19. http://dx.doi.org/10.53898/josse2021112.
Повний текст джерелаErkan, ilker. "Early Design Stage Analysis with Brain Imaging Method." Interaction Design and Architecture(s), no. 44 (May 10, 2020): 53–70. http://dx.doi.org/10.55612/s-5002-044-003.
Повний текст джерелаObralic, Ahmed, and Fuad Catovic. "The Impact of Personal Characteristics of Architects on Their Architectural Work." International Journal of Learning and Development 6, no. 1 (January 30, 2016): 42. http://dx.doi.org/10.5296/ijld.v6i1.8181.
Повний текст джерелаIndrosaptono, Djoko, Tri Susetyo Andadari, and Alfanadi Agung Setiyawan. "The Studies of Architectural Design Method." Journal of Architectural Design and Urbanism 3, no. 2 (April 24, 2021): 84–96. http://dx.doi.org/10.14710/jadu.v3i2.10711.
Повний текст джерелаДисертації з теми "ARCHITETT"
VENUDO, ADRIANO. "SPESSORI, CODICI, INTERFACCE. ARCHITETTURE DELLA STRADA." Doctoral thesis, Università degli studi di Trieste, 2007. http://hdl.handle.net/10077/2524.
Повний текст джерелаParkway, strip, viadotto e autostrada sono alcune delle tipologie stradali generate, dal secolo scorso a oggi, direttamente dall’automobile e in cui, per ragioni di sicurezza e comfort, è prevista la totale separazione tra flussi e forme di abitabilità dello spazio, tra l’automobilista e il pedone: per normativa, tutti i possibili utenti non motorizzati e qualsiasi pratica che non contempli il movimento veloce ne vengono infatti escluse. Questa dinamica interessa anche le maglie frammentate della città diffusa contemporanea, in cui l’automobile rappresenta l’interfaccia necessaria per poter vivere un “territorio allargato”, dove la strada è anche motore di quella particolare urbanità che, sempre a una certa distanza, si estende lungo le reti e che potremmo definire come effetto urbano. Un tempo la gente stava sulle strade1, i pedoni al centro e carri, cavalli e altri mezzi ai lati, il dominio dell’automobile ha invertito questo rapporto, confinando, nella migliore delle ipotesi, ai bordi queste attività e utenti. Le strade delle le automobili si sono così trasformate in uno dei più grossi problemi per il funzionamento delle città, non solo per la presenza invasiva del “fenomeno infrastrutturale”, ma anche e soprattutto perché esse rappresentano sempre più un limite invalicabile per tutte le altre pratiche urbane; la strada è diventato un sistema chiuso, che a sua volta genera discontinuità e forti vincoli per gli utenti non meccanizzati. Va aggiunto che l’influenza di un’autostrada, ad esempio, non si limita allo spazio dei sedimi carrabili, ma porta con se un perimetro molto più ampio determinato dalle fasce di rispetto o pertinenza, attraverso imponenti manufatti di sostegno, nel caso di viadotti e altri rilevati, e con altrettanto importanti dispositivi di separazione e chiusura sia tecnica - gli spartitraffico - che sensoriale, barriere acustiche o visive. Se consideriamo poi le autostrade urbane, che attraversano densi tessuti residenziali, tali effetti non possono che aumentare. Questi grandi tubi per il traffico, che passano ovunque, secondo i principi della via più breve, della velocità di progetto degli standard di sicurezza, si configurano come delle vere e proprie eterotopie, dei mondi paralleli, organizzati da regole proprie che frequentemente non integrano alcuna relazione con i contesti attraversati. Di fronte alla “necessità tecnica” espressa da queste enclave del movimento, l’unico atteggiamento possibile sembra essere la subordinazione, la città cresce sotto, sopra, di fianco e negli interstizi, l’architettura piega i propri codici alle esigenze del manufatto viabilistico. Una condizione che può anche essere sfruttata vantaggiosamente: si pensi al museo Guggenheim a Bilbao e a come si “adegua” al viadotto soprastante. Il famoso intervento di Frank O. Gehry rimane però un esempio raro e isolato, l’ordinario si consuma tra barriere antirumore, guard-rail, isole spartitraffico, muri di separazione, piloni e intradossi di viadotti, elementi tanto banali quanto invasivi, i cui caratteri sono determinati dai costi, dalla normativa e dai regolamenti per la sicurezza. Elementi permanenti e “duri”, che chiudono l’orizzonte, che impediscono il passaggio, o che costringono i flussi lenti della città a traiettorie arzigogolate, lungo passerelle aeree o sottopassi, in un regime di separazione, che attraverso dispositivi e manufatti tecnici garantisce distanza tra le diverse velocità, generando contemporaneamente un largo “consumo di spazio” e di risorse. Se questo è l’atteggiamento più diffuso, esiste tuttavia un’ampia serie di esperienze progettuali e di teorie che hanno sperimentato forme di riavvicinamento ai canali di traffico, in aderenza ai flussi, proponendo forme di condivisione dello spazio-strada, di promiscuità d’uso, di ibridazione tra i manufatti tecnici e gli spazi dell’abita- Introduzione re, di integrazione dei sedimi automobilistici con gli spazi per il pedone, facendo del binomio velocità/frizioni una vera e propria strategia del progetto stradale. Tali esperienze dimostrano che le strade delle grandi reti che attraversano i contesti naturali e urbani possono smettere di essere esclusivamente concepite come canali che smistano i flussi secondo la sola logica dell’efficienza idraulica. Dimostrano che anche le strade delle automobili, in cui la velocità determina distanze, forme e usi, possono diventare spazi in cui vivere e soprattutto in cui stare. Questa ricerca è orientata, attraverso la messa in campo di tre livelli di lettura (spessori, codici e interfacce) a individuare le forme, le misure, le caratteristiche e le strategie del possibile avvicinamento e commistione dei flussi verso usi multipli delle infrastrutture di comunicazione, specialmente di quelle veloci. Questi tre livelli corrispondono anche a delle grandezze fisiche, dimensioni e dispositivi della strada, ed in particolare lo spessore è inteso come profondità, o spazio di emanazione connesso allo spazio-strada (sotto, sopra, affianco e tra), e non sempre usato dalle automobili; i codici sono intesi come le relazioni che legano le tre dimensioni principali della strada (sezione, tracciato e bordo); l’interfaccia è infine considerata come l’insieme degli spazi-soglia che dividono e connettono il sistema strada con gli altri sistemi locali. L’intenzione è di superare il dibattito attualmente polarizzato tra due posizioni inconciliabili: la prima legata a una idea di strada intesa come fattore di sviluppo a tutti i costi, incurante delle ragioni del territorio, la seconda espressa da chi vede ogni sviluppo infrastrutturale come una minaccia intollerabile all’ambiente. Si è quindi deciso di ripartire dalla questione primaria, vale a dire quella legata allo spazio, laddove il campo privilegiato di osservazione è quello del canale di traffico e la possibilità di trasformarlo in spaziostrada, ovvero in supporto dotato di un proprio specifico spessore disponibile alle molteplici funzioni associabili al movimento. In particolare, la prima parte sviluppa una riflessione sulle forme dello spessore a partire dall’ambiguità dei due principali paradigmi dello spazio-strada, ovvero quello della strada come macroarchitettura e dell’edificio come organismo complesso che integra anche la strada, e quello dello spazio-strada “in bilico” tra luogo e collegamento. Si è quindi cercato di individuarne l’origine attraverso l’osservazione di prototipi, di progetti instauratori, messi a confronto con le proposte delle avanguardie, le utopie, le visioni e le teorie degli architetti poi assunte come nucleo tematico da cui partire per una interpretazione del significato plurale della strada, da spazio aperto,inteso come superficie, a quello di manufatto, inteso come volume. Questa parte è divisa in tre sezioni, di cui la prima ha come obiettivo la costruzione di un lessico, la seconda la messa a fuoco del rapporto tra infrastruttura e architettura attraverso le “prime architetture della strada” e la terza la sistematizzazione dei materiali iconografici e d’archivio di due casi studio, rispettivamente sulle possibilità di “urbanizzazione” delle autostrade italiane (Autilia di Giò Ponti) e sulla capacità della strada di diventare edificio complesso, macroarchitettura alla scala della città (Coliseum Center di Monaco e Luccichenti). La diffusione del mezzo motorizzato ha avuto un ruolo fondamentale non solo nella trasformazione dei modi di abitare il territorio, ma soprattutto riguardo agli effetti morfologici e funzionali sulle strade, divenute in diverse esperienze (raccolte e sistematizzate all’interno di questa ricerca) la ragione insediativa di architetture e sistemi urbani. La seconda e più ampia parte di questa ricerca si occupa dei codici dello spazio-strada, intesi come regole e misure dello spessore. Si ritiene che gran parte del conflitto strada veloce/spazio abitabile nasca da una cultura progettuale e da una pratica diffusa impostate su un equivoco dimensionale, per cui il sistema di misure che garantisce sicurezza e comfort è inutilmente ipertrofico. Gli esempi selezionati mostrano come questi fattori possano essere comunque soddisfati con misure e geometrie ridotte, che permettono però di modellare lo spazio-strada anche per altri utenti. Sono questi i punti di partenza dell’indagine, che tenta di mettere poi a fuoco le regole compositive e di elaborare strumenti e strategie con cui affrontare il progetto stradale alla scala locale (spazio-strada) in relazione con quella territoriale, dal cordolo alla rete, attraverso tre dimensioni fondamentali ricavate dallo studio di un’ampia casistica di esperienze contemporanee: 1. la dimensione trasversale, che trova una diretta traduzione nella sezione come strumento di articolazione del piano (progetto di suolo) e di controllo della tridimensionalità della strada (volume della strada); 2. la dimensione longitudinale, espressa nel tracciato come strumento di organizzazione dei flussi in relazione alla velocità e ai materiali dei contesti attraversati (progetto di paesaggio e progetto urbano), e come disegno delle forme di prossimità tra diversi mezzi, utenti e velocità (strategia della collocazione); 3. la dimensione relazionale, esplicitata nelle forme e misure del bordo, come luogo privilegiato del rapporto di scambio con il contesto (aperto/chiuso, continuo/discontinuo, ecc…) e come plusvalore dello spazio-strada, in quanto spazio soglia a disposizione, “luogo in attesa di…”. Chiude la trattazione il capitolo dedicato alle interfacce della strada, ovvero l’insieme di dispositivi pensati con il preciso scopo di mediare il rapporto tra automobili e altri utenti, tra strada e contesto, tra diverse velocità. L’attenzione si è focalizzata sulle superfici orizzontali e verticali, oltre che sulle possibilità di ispessimento, trasfigurazione e accoglimento di usi complementari, per arrivare ai casi più estremi di applicazione delle tecnologie wireless, con le conseguenti ipotesi di decomposizione dello spazio-strada avanzata dagli esempi riportati. Queste tre sezioni, oltre a individuare altrettante attitudini della strada a generare una propria specifica architettura (traffic architecture2), corrispondono anche a tre livelli di complessità del tema infrastrutturale e della sua capacità di diventare altro o di accogliere altri usi. L’intenzione è sempre di evitare l’equivoco della specializzazione, ovvero di considerare la strada materiale urbano di dominio esclusivo delle automobili. In questo senso, il recupero delle ricerche e dei progetti di Lawrence Halprin assume il ruolo di modello diretto all’integrazione tra manufatti viabilistici e architetture, verso la sperimentazione di edifici-strada ibridi e di forme di condivisione dello spazio infrastrutturale tra diverse velocità e categorie di utenti. Negli stessi anni, le proposte di Giò Ponti configurano assetti dei tracciati e dei nodi autostradali come possibili sistemi insediativi delle strade veloci. Queste ipotesi sono il risultato di un periodo storico particolarmente fertile per l’infrastruttura, che fa riferimento alla situazione generale determinata dal boom economico, dalla costruzione dei grandi itinerari di attraversamento e dalla parallela diffusione dell’automobile come mezzo di massa. Dall’America all’Europa, con un nucleo particolarmente prolifico in Italia, la speranza verso la capacità della strada di generare il “mondo nuovo” guida ricerche e sperimentazioni sull’infrastruttura come supporto in grado di accogliere qualsiasi cosa,dotato di una propria autonomia e di un proprio statuto spaziale. È la stagione dei grandi concorsi di architettura per quartieri popolari, università, centri direzionali, in cui la strada disegna le regole compositive di architetture che guardano al territorio, di macro-edifici impostati sulle corsie di traffico, di spazi la cui composizione è determinata dal fattore velocità. Poche di queste visioni hanno trovato una diretta realizzazione, ma l’importanza di queste idee depositate al suolo arriva fino ad oggi. Dopo la crisi petrolifera mondiale degli anni settanta e il conseguente spostamento generale dell’attenzione disciplinare verso altri temi (ad esempio il progetto urbano e lo spazio aperto negli anni ottanta) è emerso un nuovo atteggiamento, un misto tra pragmatismo e neo-utopia. Alcuni grandi eventi degli anni novanta, soprattutto europei come i programmi nazionali olandesi di espansione residenziale, i Datar o i Vinex, hanno contribuito a generare una nuova sensibilità per il tema infrastrutturale e in particolare per quello del progetto stradale, non più come prezzo da pagare ma come strumento di trasformazione del territorio. A partire da alcuni progetti, primo fra tutti il Moll de la Fusta di Manuel de Solà Morales a Barcellona, la strada non è più vista come “consumo di spazio” e di risorse, ma come occasione di riassetto per la città e il paesaggio. In particolare, l’ampia azione di riqualificazione urbana in Spagna, iniziata negli anni novanta parte proprio dalla concezione del progetto stradale come progetto urbano e di spazio pubblico. In Francia, sempre nelle stesso periodo, la Direction des Routse, attraverso programmi nazionali promossi dal governo, avvia un processo di riqualificazione delle autostrade esistenti e di costruzione di nuovi corridoi di attraversamento con l’obiettivo di “ristrutturare” il paesaggio del sud della Francia. Analogamente in Olanda i piani Vinex e altri interventi effettuati sulla base dei documenti nazionali di pianificazione (Architectuur Nota) (come il recente Making Space, Sharing Space) hanno visto nel progetto stradale l’occasione di correzione per politiche rivelatesi fallimentari, nel loro promuovere la “dispersione” e la frammentazione del paesaggio della randstad. Il progetto della strada diventa in questo caso progetto di densità e di concentrazione. Le esperienze soprattutto spagnole, francesi e olandesi degli ultimi quindici anni, pur largamente legate alle sperimentazioni precedenti, assumono un carattere di particolare interesse, soprattutto per la capacità di trasformare le utopie di un tempo in strategie tanto paradossali quanto pragmatiche. Una serie di proposte operative che, unendo gli aspetti tecnici a una visione integrata dell’infrastruttura, del paesaggio e dell’architettura, costituiscono un orizzonte di ricerca nuovo e necessario.
XIX
Semerani, Francesco. "John Hejduk dalla forma alla figura all'archetipo." Doctoral thesis, Università degli studi di Trieste, 2008. http://hdl.handle.net/10077/2676.
Повний текст джерелаQuesto studio si interroga sul significato che il progetto di architettura assume nell’orizzonte contemporaneo attraverso il pensiero espresso da John Hejduk nei suoi progetti: un architetto per il quale le riflessioni sono direttamente espresse attraverso il progetto che assume dentro di sé tanto la dimensione teorica che quella rappresentativa. Le tracce teoriche di Hejduk sono fondamentali perché definiscono il percorso di un pensiero che passa dall’astratto al figurativo, dalla forma all’archetipo. Rintracciare tale percorso significa indagare il rapporto tra dimensione assoluta e universale dell’architettura e dimensione soggettiva. Si tratta di capire cosa significa, nel modo contemporaneo, definirsi “architetto”, “urbanista” o “docente”. Si evidenzia come nel momento in cui la crisi dei paradigmi del Movimento Moderno si fa più evidente sia in Europa che in America, John Hejduk, come altri architetti americani, senta la necessità di fare i conti con l’eredità di Le Corbusier, di Mies e di Gropius, avvertendo la necessità di rivisitare il lessico e le tecniche compositive delle avanguardie europee che si erano trasferite in America, rifiutando il successo dell’International Style e cercando una distanza dal mercato. La riflessione teorica diventa così centrale e trova nella scuola il luogo ideale dove essere formulata; mentre la costruzione passa in secondo piano, il disegno diventa il vero luogo della sperimentazione. Nei progetti per Venezia (1974-1979), secondo la nostra ipotesi, c'è il momento chiave di quel processo che porta Hejduk dalle indagini sulla forma alla ricerca e definizione di nuovi archetipi. Il tema così circoscritto in un determinato periodo potrà successivamente essere allargato con una lettura dei rapporti tra il pensiero europeo e quello americano, attraverso le relazioni con figure come Peter Eisenman, Aldo Rossi, Manfredo Tafuri. Tali relazioni si verificano in un preciso arco di tempo, al centro del quale si pone l'incontro con Venezia. La nostra tesi è che in John Hejduk via via aumenti d'importanza l'idea archetipica dell'architettura. Per Hejduk l’archetipo non è la grotta o la capanna di Semper e di Laugier, ma vale piuttosto l’accezione Junghiana di “senza contenuto”. Dice Jung: “Nessun archetipo è riducibile a semplici formule. L'archetipo è come un vaso che non si può svuotare né riempire mai completamente. In sé, esiste solo in potenza, e quando prende forma in una determinata materia, non è più lo stesso di prima. Esso persiste attraverso i millenni ed esige tuttavia sempre nuove interpretazioni.” Così, attraverso il ricorso alla memoria e al significato, Hejduk cerca gli archetipi che, utilizzando i meccanismi del pensiero, possono dare nuova forma alle figure fondamentali. In questo processo l’architettura si avvicina sempre di più all’arte e acquista una dimensione poetica. Ma se, come dice Tafuri, “l’eccesso è sempre portatore di conoscenze”, è prioritario capire i passaggi e i modi in cui Hejduk cerca di liberare i meccanismi del pensiero, generando quella liberazione nell’immaginario architettonico che è il suo lascito più evidente.
XIX Ciclo
1970
Du, Preez Jaco Andries. "Understanding the architect in enterprise architecture : the Daedulus Instrument for architects." Thesis, University of Pretoria, 2016. http://hdl.handle.net/2263/57172.
Повний текст джерелаThesis (PhD)--University of Pretoria, 2016.
tm2016
Informatics
PhD
Unrestricted
Ugolini, Luca. "Architettura non ufficiale. L'autore anonimo come autore collettivo (1961-1966)." Doctoral thesis, Università degli studi di Trieste, 2008. http://hdl.handle.net/10077/2749.
Повний текст джерелаCap. 01.0 Lessico Rielaborare il significato di alcuni termini come “vernacolare” “anonimo” è l’operazione di partenza per definire il concetto di architettura non ufficiale. Si comincia dunque col ricercare la radice storica-etimologica del termine “vernacolo” per sottolineare l’origine di un fraintendimento cronico nella tradizione disciplinare. La condizione di anonimato dell’oggetto e dell’autore sembrano i nodi sui quali posare lo sguardo per discutere il ruolo del progettista e la sua adeguatezza, come figura di collegamento tra pratiche artistiche e tecniche. Con la perdita dell’autore, proclamata in letteratura da Barthes, ed evidenziata in architettura da Rudofsky, si sottolinea un passaggio storico nella percezione di una professione in continuo mutamento; la vicinanza tematica con l’assegnazione di un “Compasso d’Oro a Ignoti”, voluto da Bruno Munari, per la qualità di alcuni oggetti d’uso comune, o la ricerca di Alexander della “qualità senza nome”, sono solo alcune tra le manifestazioni a conferma di un cambio di atteggiamento da parte del progettista nei confronti del suo ruolo. 01.1 Precedenti moderni Una lettura delle posizioni prese da alcuni architetti tra le due guerre, e la mostra della triennale organizzata da Pagano e Daniel sull’architettura rurale, sono i punti sui quali si concentra il testo. Uno sguardo indietro nel tempo si rende necessario per trovare le radici di un dibattito caratteristico del movimento moderno e che ha sempre condizionato l’evoluzione della pratica progettuale; il dibattito sembra dividere in due l’atteggiamento accademico e professionale, tra chi considera l’architettura anonima come espressione di “architettura sana e onesta” dell’umanità che si organizza per condividere gli spazi; chi, invece, ne reinterpreta gli stilemi,ricorrendo alla mimesi delle forme. Si esamina il periodo di formazione per la figura ritenuta centrale di Bernard Rudofsky, che animerà il dibattito sull’architettura anonima nella metà degli anni sessanta. Nell’esempio di Villa Oro di Luigi Cosenza e Rudofsky si individua uno dei massimi esempi di felice incontro tra osservazione dell’architettura anonima e pensiero moderno; l’attualità anche formale di questo manufatto è sorprendente e rappresentativa. Rudofky rappresenta la ricerca di un valore nell’architettura non ufficiale che è difficilmente riproducibile; ne vengono messe in luce le qualità aggregative e formali, e tali attenzioni, soprattutto nell’ambito italiano, saranno segno caratterizzante di una linea culturale che valicherà il segno di demarcazione della seconda guerra mondiale fino a tradursi nel neorealismo della ricostruzione. cap. 02.0 “Architecture without Architects”. Un’indagine testuale. La trattazione si snoda all’interno dell’arco cronologico dei primi anni sessanta mettendo in evidenza eventi di carattere editoriale ed espositivo che caratterizzano il dibattito sull’architettura anonima. L’evento della mostra Architecture without Architects è ritenuto snodo nel dibattito e occasione di ripensamento sul ruolo dell’architetto in una società in forte fermento. Gli stessi interessi di Rudofsky vengono individuati anche in una serie di testi di autori, anche distanti da loro, che tendono ad osservare il fenomeno spontaneo come possibile spunto per un rinnovamento delle tradizioni disciplinari. In questo arco cronologico si ritrovano, infatti, il testo di Christopher Alexander, Notes on the Synthesis of Form (1964), la ricerca di Fumihiko Maki, Investigations in Collective Forms (1964), le Complexity and Contradiction in Architecture di Robert Venturi fino al Il territorio dell'architettura di Vittorio Gregotti (1966); tutti testi che affrontano l’oggetto anonimo con sguardi diversi, celando la stessa inquietudine sul ruolo dei progettisti. Il capitolo si suddivide in quattro paragrafi che affrontano le similitudini e le differenze dell’interesse sull’architettura anonima in quattro contesti culturali diversi; negli Stati Uniti si evidenzia la politica culturale del MoMA con l’esposizione di Rudofsky e il testo di Venturi che tende ad una riedizione del vernacolo in chiave pop; la figura di Maki e del movimento Metabolist mostra come l’esperienza di architettura radicale riesce a trovare spunto dal fenomeno non ufficiale; il panorama europeo dimostra un’attenzione peculiare del vecchio continente nei confronti delle preesistenze architettoniche di carattere popolare e rurale con la Inquérito à Arquitectura Regional Portuguesa, un’analisi puntuale delle radici popolari dell’architettura portoghese, o con le attenzioni di Hollein nei confronti degli insediamenti Pueblo nel nord del Messico. In Italia si nota la fine di un percorso intellettuale e culturale che fin dagli anni trenta aveva osservato l’architettura rurale e mediterranea come fonte per una nuova architettura, con Gregotti e Il territorio dell'architettura si pongono le basi per un cambio di scala nell’osservazione del contesto antropogeografico, che si appoggia su interpretazioni formali per ricercare atteggiamenti nuovi nel progetto. Un episodio trasversale che attraversa gran parte del capitolo è l’occasione di un concorso internazionale sviluppato dalle Nazioni Unite e dal governo del Perù per realizzare alloggi popolari; il concorso PRE.VI. sembra offrire una verifica progettuale per alcuni dei personaggi individuati come agenti del cambiamento. Anche se il concorso si svolge nel 1968, sembra interessante comprenderlo nella trattazione dal momento in cui il suo bando si elabora nel 1966 ed è ricco dei contributi analitici di John Turner, un altro autore che ha tentato una attualizzazione dei fenomeni anonimi, riconoscendo nella formazione delle Barriadas di Lima un esempio di processo spontaneo della formazione di un habitat. Cap. 03.0 presenze contemporanee Dopo aver osservato il dibattito dei primi anni sessanta, risulta importante verificare l’attuale persistere dell’osservazione dell’architettura anonima. Il capitolo tenta di mettere in evidenza alcuni atteggiamenti che ereditano le tematiche care a Rudofsky e che la contemporaneità tende a riproporre con diverse chiavi di lettura. Le analisi di Koolhaas su Lagos e gli interventi di Aravena in Cile fanno emergere come l’osservazione del fenomeno spontaneo sia utile strumento di analisi ma rischioso strumento operativo; il rischio di populismo e di una rilettura delle forme anonime considerate unico fenomeno di trasformazione d’assieme dell’habitat, tendono ancora oggi ad influenzare le posizioni dell’architetto che si dedica allo studio di questi temi. Si noterà come spesso le osservazioni tendano ad estetizzare i fenomeni; un atteggiamento che rischia di sorvolare il fenomeno in maniera estetica per evitare inquietudini della pratica professionale. Risulta interessante la riproposizione del testo di Rudofsky in occasioni diverse che ne rileggono il valore dell’indagine, sia in campo artistico che strettamente attinenti all’architettura. Si giunge così ad una serie di indicazioni che riguardano i rischi derivanti dalle indagini sulle architetture anonime; il provincialesimo e il populismo come derive possibili portano a considerare il tema dell’architettura non ufficiale non come strumento per l’operabilità della materia architettonica, ma piuttosto come diversa lettura della contemporaneità attraverso le stratificazioni storiche; ne risulta occasione per una lettura della tradizione disciplinare del moderno più aderente alla sua genealogia plurale.
XX Ciclo
1972
Bradaschia, Cristina. "Potenzialità dell'infrastruttura ferroviaria nella trasformazione del territorio e della città:il caso Trieste." Doctoral thesis, Università degli studi di Trieste, 2008. http://hdl.handle.net/10077/2679.
Повний текст джерелаIl presente studio, svolto nell’ambito del Dottorato di Ricerca in Progettazione Architettonica e Urbana, è finalizzato ad indagare gli spazi della sperimentazione nella città e nel territorio contemporanei attraverso un approccio multidisciplinare, a diversi livelli e scale di approfondimento, al fine di suggerire risposte e sollecitazioni in termini progettuali. Sperimentare significa provare, tentare, sottoporre qualcosa a esperimento allo scopo di conoscerne e verificarne le caratteristiche, la funzionalità, le qualità. Nella scelta degli spazi da sottoporre a sperimentazione si è deciso di privilegiare esempi esistenti riconducibili ad una categoria generale, in modo da poter confrontare tra loro le soluzioni e le proposte progettuali adottate. Tali esempi sono stati distinti in due gruppi: - spazi che continuano ad assolvere alle funzioni per cui sono stati realizzati, in cui però entra in gioco una variabile, che ne comporta una trasformazione in termini relazionali, funzionali ed architettonici; - spazi che sono stati privati della funzione originaria, per cui sono stati costruiti, ed in cui la variazione di alcuni fattori del contesto rivela, nella forma architettonica e nella speciale localizzazione, nuove potenzialità e risorse. Oggetto della ricerca è il sistema ferroviario; ambito di studio è l’area di Trieste, considerata punto di arrivo e di partenza, ma anche come territorio attraversato da linee ferroviarie. Dopo aver approfondito e confrontato alcune esperienze nazionali ed europee di «sperimentazione» sul sistema ferroviario, è stato preso in considerazione il caso di Trieste, che rappresenta un campo di studio particolarmente interessante per la compresenza di varie situazioni. Sono infatti attuali e accese le discussioni in merito alla definizione, sul territorio della Regione Friuli Venezia Giulia, del tracciato dell’alta velocità/alta capacità, il cosiddetto corridoio paneuropeo V, che collegherà Lisbona e Kiev. Nella Stazione Centrale di Trieste, sono in corso gli interventi di rifunzionalizzazione, programmati anche per altre centotre stazioni nel territorio nazionale, dal gruppo Centostazioni S.p.A.. Sta per essere ultimato il recupero del sedime ferroviario dismesso nella Val Rosandra per la sua riconversione a itinerario ciclabile di interesse regionale; alcune tratte dismesse sono saltuariamente percorse da treni turistici, per iniziativa di associazioni di volontari; e ciclicamente si legge, sul quotidiano locale, l’ipotesi, promossa da enti ogni volta diversi, di recuperare alcuni sedimi dismessi per realizzare una linea di metropolitana leggera. L’obiettivo della ricerca è quello di contribuire ad un governo del territorio che sia in grado di prescindere dai confini delle competenze amministrative per progettare strategicamente, in modo agile, dinamico, attento alle mutevoli sollecitazioni esterne, ed in grado di valorizzare a pieno e durevolmente le potenzialità del sistema ferroviario nel suo complesso, senza fare del commercio l’unico motore e regolatore dei processi di sviluppo. I binari, come le mura antiche della città, rappresentano un limite, un confine. Le recenti soluzioni progettuali, che prevedono in alcuni casi l’interramento dei binari ed in altri la dismissione del servizio di trasporto, restituiscono alla città nuovi spazi. Come le superfici rimaste libere in seguito alla demolizione delle mura, nell’Ottocento, così, oggi, gli spazi un tempo occupati dall’infrastruttura, rappresentano una risorsa preziosa per la collettività, che merita di essere progettata seriamente, e non saturata o frammentata indiscriminatamente. Nella prima parte della tesi il sistema ferroviario esistente viene scomposto negli elementi che lo costituiscono e ne vengono studiate, attraverso alcuni approfondimenti, le soluzioni progettuali. Ci si interroga, infine, se il sistema ferroviario possa essere considerato patrimonio culturale. Solamente se esso è inteso come «patrimonio dell’eredità culturale dei luoghi» può essere riconosciuto e condiviso il suo valore aggiunto e il suo ruolo nei processi di pianificazione e governo del territorio. Per la seconda parte dello studio sono stati necessari sopralluoghi e ricerche di archivio al fine di ricostruire la storia e la configurazione del patrimonio ferroviario di Trieste. Attraverso la forma dell’osservatorio territoriale del sistema ferroviario sono stati presentati gli interventi in corso a livello europeo, nazionale e regionale che interessano l’area di studio. Sono state quindi prese come riferimento tre linee, considerate rappresentative, ed è stata indagata la loro potenzialità nella trasformazione della città e del territorio. A conclusione del percorso di ricerca, viene presentata un’applicazione informatica, semplificata a livello dimostrativo, come possibile strumento di sperimentazione delle caratteristiche e delle potenzialità del patrimonio ferroviario triestino. Essa tiene conto dei vari livelli di intervento, dalla scala europea a quella locale e presenta le tre linee oggetto di studio. L’applicazione propone una struttura che è possibile in futuro ampliare ed arricchire con maggiori dettagli oltre a quelli presenti, oggi limitati alla denominazione, localizzazione, uso e proprietà delle linee e delle stazioni. Lo scopo è promuovere l’uso creativo delle risorse. L’infrastruttura ferroviaria viene considerata come patrimonio da immettere nel campo delle opportunità. A tal fine vengono individuati principalmente due tipi di interventi: la riconversione dei manufatti ferroviari e il recupero del rapporto tra il manufatto ferroviario e il contesto. Lo studio intende sensibilizzare gli enti sulle vaste potenzialità dell’infrastruttura ferroviaria e promuoverne la conservazione, come bene pubblico da valorizzare. L’aspetto della comunicazione e della trasparenza delle informazioni, è ritenuto fondamentale per il coinvolgimento di possibili attori nel processo di conoscenza, partecipazione e gestione del patrimonio.
XIX Ciclo
1977
Angi, Barbara. "Strategie di sopravvivenza urbana, istruzioni per l'uso." Doctoral thesis, Università degli studi di Trieste, 2009. http://hdl.handle.net/10077/3144.
Повний текст джерелаNel mondo contemporaneo, i territori metropolitani presentano in larga misura fenomeni di instabilità urbana causati soprattutto da flussi migratori sempre crescenti, dovuti principalmente all’apertura delle frontiere e alla recessione economica. Questo fenomeno globale dovrebbe sollecitare la nostra disciplina a ricercare soluzioni abitative a costi ragionevoli e a tempo determinato. Nella realtà europea emerge un sistema-città che, nel suo insieme, non è definibile come entità data, certa, immutabile, sulla quale sovrapporre un nuovo disegno, è invece un sistema aperto in continua trasformazione, in perenne mutazione. Questo scritto parte dal presupposto che i modelli di intervento finora applicati per gestire il fabbisogno abitativo, o anche l’habitat minimo progettato per eventi calamitosi, possano ampliare i loro orizzonti verso nuove emergenze legate alle attuali esigenze sociali ed economiche di una sempre più considerevole porzione della popolazione. Lo spazio urbano è attraversato oggi da perenni flussi – di automobili, di persone, di informazioni – difficilmente gestibili con una pianificazione a lungo termine, ma solo limitatamente alla predisposizione di infrastrutture di collegamento dei sistemi urbani, la disciplina architettonica dovrebbe (potrebbe) assimilare la nozione di mutazione con la messa a punto di manufatti ad assetti variabili in grado di rispondere ad esigenze funzionali transitorie. La trattazione si sviluppa con l’intento di indagare quei fenomeni di modificazioni urbane temporanee che si collegano, non solo all’autogestione del territorio da parte del fruitore che costruisce, per necessità o spontaneamente, la propria casa, nonché di esaminare alcuni progetti teorici, in parte utopici e in parte futuribili degli ultimi cinquant’anni elaborati soprattutto da gruppi di avanguardia. Sono state indagate, pertanto, alcune micro realtà abitative connesse alla necessità di insediamento in contesti metropolitani in cui è difficile ritrovare il concetto di casa inteso come elemento di riconoscibilità geopolitica: fenomeni d’emergenza abitativa incontrollati, inseriti all’interno del tessuto urbano indifferentemente, innesti temporanei che compaiono e scompaiono velocemente, aggredendo qualsiasi porzione di spazio libero, dalle aree industriali dismesse, agli snodi infrastrutturali, ai centri storici fatiscenti. Ai limiti tra l’autocostruzione e la pratica dell’abusivismo, frequentemente, il tipo di rapporto che queste micro realtà instaurano con il tessuto urbano segue le regole parassitarie di vicendevole alleanza tra due insiemi biologici e garantisce la sopravvivenza di entrambi, ma su livelli diversi: quello legale, costituito da piani di sviluppo speculativi o in cui non esistono strumenti urbanistici efficaci e quello illegale, governato dall’esigenza di sopravvivere in condizioni metropolitane avverse. La richiesta di alloggi temporanei permette inoltre di considerare il costruito in maniera differente: scenario dove poter agganciare la casa, dove poter innestare l’habitat minimo in posizioni strategiche, innescando rapporti simbiotici tra l’esistente e l’innesto. Si tratta di fenomeni che, se analizzati criticamente, possono portare a conclusioni inedite. Proprio in Italia, paese nel quale poco si demolisce e molto si conserva, manipolazioni di questo tipo potrebbero rinnovare aree depresse o vaste zone industriali dismesse. Se si considera la residenza come efficace strumento di controllo sociale, i diversi gradi di simbiosi che si possono stabilire tra il costruito e gli innesti potrebbero generare risultati proficui sia sul piano economico ma soprattutto psicosociale degli utenti. L’architettura potrebbe scoprire una nuova espressività, una nuova scrittura, potrebbe nascere un’architettura virale che, come ci suggerisce Franco Purini, sia il risultato di una molteplicità di processi formali di tipo infettivo.
Nella prima parte si analizza una sezione della cultura architettonica europea che, nella seconda metà XX secolo, ha caratterizzato la ricerca disciplinare innescando un forte ripensamento sui mezzi e sulle finalità dell’architettura stessa, promuovendo modelli insediativi rivolti ad una società dotata di un alto grado di mobilità sociale. Fughe in avanti che sembrano sopite, ma dalle quali si possono ancora trarre utili insegnamenti – come dimostrano alcuni dei protagonisti dell’attuale dibattito architettonico globale – e ritrovare spunti di riflessione per gestire la complessità della metropoli contemporanea, concepita come modello dinamicamente e costantemente in evoluzione, in perenne accelerazione. Il pre-testo della ricerca affonda le radici nel saggio di Andrea Branzi Le profezie dell’architettura radicale, apparso nel volume Radicals a cura di Gianni Pettena del 1996. In esso Branzi definisce l’architettura radicale non tanto come «un movimento culturale preciso, piuttosto come un fenomeno energetico, un ‘territorio sperimentale’ che ha investito la cultura del progetto europeo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta». La ricerca tende ad individuare un filo rosso nel vasto dibattito sul tema dell’abitare radical attraverso la rilettura di alcuni frammenti che compongono le testimonianze del periodo, peraltro non ancora debitamente sistematizzate. Sono stati indagati avvenimenti e dibattiti del tempo, soprattutto in quei paesi in cui le lotte sociali hanno, senza alcun dubbio, condizionato le ricerche disciplinari. L’Italia, la Gran Bretagna, l’Austria e la Francia, tra il 1960 e il 1970, sono state considerate realtà rappresentative di condizioni in cui gli scontri ideologici legati all’esplosione della cultura di massa hanno prodotto sperimentazioni originali atte a rispondere alle trasformazioni sociali in atto, mettendo in discussione gli strumenti e le metodologie del progetto urbano e architettonico. I radicals, in ambito accademico prima e in quello professionale poi, hanno prodotto visioni di città future in cui l’uomo può liberamente muoversi in costruzioni dagli assetti variabili in grado di rispondere rapidamente alle richieste funzionali di un’utenza non più certa del proprio futuro ed in costante e continua evoluzione . Tra schizzi frettolosi, disegni ironici, fotomontaggi arditi prodotti nel periodo oggetto di indagine, sono stati selezionati alcuni studi sull’habitat minimo, fughe in avanti che tendevano a produrre oggetti, all’epoca, materialmente irrealizzabili ma divenuti oggi plausibili, in relazione alle opportunità fornite dallo sviluppo tecnologico, sia dal punto di vista costruttivo che funzionale.
Nella seconda parte, sono stati analizzati piccoli manufatti realizzati per aggiunta, per scavo, per manomissione del tessuto urbano contemporaneo, ponendo particolare attenzione a quelli di dimensioni abitative ridotte che, con la loro capacità di collaborare e/o di scontrarsi con pezzi di realtà costruita, si impastano con essa producendo inedite derive urbane. Operazioni di manipolazioni dell’esistente che coinvolgono principalmente due questioni: il limite da porre alla delirante espansione urbana e la riconversione ecologica dello stock edilizio contemporaneo prodotto, in particolar modo in Italia, durante il boom economico degli anni Cinquanta. Presa coscienza dell’impossibilità di operare con strategie edilizie che partano da un grado zero o che necessitino di modificare l’esistente in un ottica anti tabula rasa, sono stati privilegiati alcuni esempi campione che rielaborano e riarticolano il tessuto della città e dell’architettura, con scale d’intervento inattese, verosimilmente microscopiche. Nella contemporaneità si sono individuate due linee di ricerca che poggiano su presupposti simili e si sviluppano declinando scelte tecnologiche high o low tech. Da un lato, l’architettura rubata, fatta di micro inserimenti staminali innestabili sull’esistente, che producono soluzioni abitative legali, e dall’altro l’architettura dei rifiuti, fatta di oggetti di scarto, frutto della sovrabbondanza contemporanea di beni materiali, che vengono utilizzati per la costruzione di soluzioni abitative in territori illegalmente occupati. Entrambi gli approcci si legano a nuove o ritrovate esigenze d’uso dell’ambiente domestico e derivano sovente, dal parassitismo biologico, il concetto di mutazione. L’architettura della manipolazione o dell’innesto, può indicare alcune linee guida grazie alle quali operare in lembi urbani residuali tenendo conto della possibilità di variazione spontanea del costruito. Al di là degli evidenti aspetti di parassitismo connessi alle forme di sopravvivenza tipiche degli homeless, dei campi nomadi, delle conurbazioni improvvisate, delle favelas presenti in larga misura, ormai anche in Europa, ancor più interessante è rintracciare oggi metodologie costruttive parassitarie in tessuti urbani consolidati, legate a situazioni sociali connotate da preoccupanti fenomeni di precarietà economica. A conclusione della seconda parte sono state inserite, quasi a margine della trattazione generale, quindici schede sinottiche descrittive di progetti manifesto, di studi per piccole cellule, di esempi di habitat parassita, costruzioni inedite che, come sopra accennato, risultavano solo pochi lustri addietro carichi di componente utopica, sogni nei cassetti di giovani intellettuali vagheggianti mondi non sempre possibili. Queste microarchitetture risultano tuttavia oggi di grande attualità e addirittura fattibili con le tecnologie presenti sul campo. Ci sono apparsi pertanto come veri e propri riferimenti per altrettanti oggetti architettonici realizzati nella contemporaneità che, quasi provocatoriamente, sono stati accostati ai loro progenitori in questa piccola rassegna al fine di far meglio comprendere e cogliere criticamente il messaggio di un non lontano passato.
Nella terza parte sono documentati alcuni progetti, da me elaborati nel triennio, come strumenti di verifica degli assunti della ricerca: due concorsi internazionali sul tema dell’habitat minimo e gli esiti di un workshop didattico progettuale al quale ho partecipato in veste di tutor presso la Facoltà di Architettura di Trieste.
XXI Ciclo
1976
White, John Philip Jr. "Architect / Builder: Builder / Architect." Thesis, Virginia Tech, 2002. http://hdl.handle.net/10919/41299.
Повний текст джерелаMaster of Architecture
Decommer, Maxime. "Les architectes au travail : les conditions d'apparition, d'évolution et d'uniformisation des lieux et des structures d'activités des architectes, 1795-1940." Thesis, Paris Est, 2014. http://www.theses.fr/2014PEST1014.
Повний текст джерелаFrom the liberalization of professions during the French Revolution to the foundation of the Order of Architects in 1940, the architectural world has been confronted to actions, debates and fights, which led to institutionalizing the profession of architect. This long process aimed at the regulation of access to the job and at the monopolization on architecture, through the definition and affirmation of a unique social and professional identity of the architect. It is made of several steps, all inherent in the professionalization process: the claim to a working activity, the establishment of training schools, the creation of professional associations, or the promulgation of a deontology code. The establishing of working rules is also a milestone to this process, influencing day by day the evolution of architects' practices. Already some research have been done in the general history of the profession of architect, but only a few have considered the history of these working rules, and, thus, of the working organization of architects. This research starts from the study of the places and structures, commonly called “offices” (agence) by the architects. It aims at questioning in the long run the reciprocal relation between the institutionalization of the profession and the definition of the working rules of the architects. The general hypothesis is the following: the active forces in the process of institutionalization of the profession – such as the State acting as a public sector contractor, the private sector big contractors born out of the industrial revolution, the corporate associations, the School of Fine Arts – have on the one hand given the status, role and, sometimes in an anachronistic way, the title of “architect”, and on the other hand influenced, even codified, the working conditions and methods of the actors they were legitimating. By reconstituting the history of the term “office”, this research also reconstructs the history of a profession. In a first part, we show that the word “office” has been used from the end of the 18th century and all along the 19th century by the State, in order to define the structures of activity of the project managers dealing with public procurement. This shows the strength of the state power on the architects' practices, through the normalization of the building process. The public works administration appears to be a tool of standardization. In a second part, the pattern for organizing the work of architects, designed by the State during the 19th century, is generalized to the decentralized and specialized architectural public services. It is also used by some private investment companies during the industrial revolution. This illustrates the transmission of methods to different sub-branches of the profession. In a third part, we start from the adoption of the Guadet code in 1895, a seminal text about liberal professions. We show how the growing influences of market and command on offices explain the introduction and development of the salaried and associational employment
Ragonese, Marco. "Pauropolis. Pianificare il controllo attraverso il progetto della sicurezza." Doctoral thesis, Università degli studi di Trieste, 2008. http://hdl.handle.net/10077/2678.
Повний текст джерела“Il grado di sicurezza misura la democrazia di un paese”, con questa frase un esponente della destra salutava l’approvazione nel parlamento italiano del nuovo pacchetto di norme in tema, appunto, di sicurezza. L’affermazione indica sintomaticamente come la questione, seppur non nuova, abbia acquisito un ruolo centrale nel dibattito contemporaneo, facilitata da una perfusione mediatica che ha trasformato l’evento dei primi giorni del settembre 2001 nel simbolo controverso della crescente sensazione di incertezza globale. Le conseguenze sul vivere contemporaneo e sugli ambienti urbani sono ormai evidenti, così come l’inevitabile strumentalizzazione della paura da parte dei più diversi soggetti: politici, amministratori, sociologi, pubblicitari, opinion-leader (tutti gli studi sull’argomento mostrano come, nonostante l’insicurezza “percepita” abbia una relazione indiretta con le minacce reali, le sue conseguenze siano determinanti). Questo sta generando la formazione di un nuovo tessuto sociale, apparentemente assediato da una realtà urbana di cui non comprende i mutamenti (perché non è più capace e perché non interessa farlo) e barricato dietro la barriera tutta materiale dei prezzi della proprietà immobiliare, convinto di escludere quella quota di insicurezza che la presenza degli sconosciuti contiene in sé. L’insicurezza viene trasformata in materiale di base dalla pianificazione e in dispositivi dall’architettura; dispositivi che agiscono sulle minacce come deterrenti e/o strumenti di difesa e sulla percezione di ambienti più controllati e sicuri. Inevitabilmente la nozione di spazio pubblico ha subito un cambiamento radicale, diventando sempre più legata al controllo dei fruitori che alle sue caratteristiche fisiche. Le città sono disseminate di telecamere “amiche” collegate alle forze di polizia, pubblica o privata: si è passati da una società panottica a una post-panottica, in cui il controllore si è liberato dal legame fisico che lo vincolava al sorvegliato. Il vocabolo “sicurezza” identifica immediatamente determinate porzioni di città (escludendone automaticamente altre), ponendosi quale parametro qualitativo di analisi urbana e sociale e delineando una nuova cartografia basata su una unità di misura determinata dalla paura, che palesa l’esistenza di barriere, non fisiche ma mentali, all’interno di una città dove è smascherato l’equivoco tra tolleranza e indifferenza. L’ambizione della ricerca consiste nell’individuare quale sia il grado di trasformazione indotto nell’ambito disciplinare e il cambiamento incorso al processo di progettazione architettonica sotto la pressione della questione securitaria. A partire dalle mura di cinta costruite con massi ciclopici sino agli immateriali firewall a cui sono affidate le difese della nostra dimora nel cyberspazio, risulta chiaro come, seppur cambiati i materiali, le procedure difensive seguano inalterate logiche di fortificazione. In questo contesto sono state sviluppate alcune teorie e pratiche urbanistiche, tutte di matrice statunitense, che hanno favorito la pianificazione degli insediamenti nei territori suburbani sud e nordamericani, nordeuropei e africani. Agglomerati abitati da comunità il cui interesse principale (e comune) si sostanzia nel recintare la propria incolumità per trascorrere una vita nel pieno comfort, affidando le norme del vivere civile ai regolamenti redatti dagli sviluppatori edili e contribuendo alla dissoluzione dello spazio pubblico mediante la privatizzazione dello stesso. Gated communities, Walled Cities, Common Interest Development costituiscono i nuovi termini del vocabolario urbanistico suburbano. A partire dal basilare apporto di Jane Jacobs - che per prima comprese la necessità di un controllo nella città attraverso strumenti sociali (la territorialità, l’occhio sulla strada) - il primo capitolo illustra la nascita della teoria CPTED (Crime Prevention Through Environmental Design), fondamento della pianificazione securitaria, e le sue declinazioni contemporanee. E distorsioni. L’applicazione di tali teorie ha, infatti, favorito la nascita di enti certificatori che operano una valutazione, basata esclusivamente sulla congruenza del manufatto architettonico ai dettami securitari e sul raggiungimento del maggior grado di sicurezza. Le ricadute sulla pratica professionale e sul processo di progettazione di un tale procedimento fa sì che, dovendo rispondere ai requisiti codificati, la figura dell’architetto venga affiancato da esperti e consulenti, provenienti dal mondo della polizia. La certificazione ottenuta viene utilizzata dagli strateghi del marketing immobiliare quale strumento attraverso cui creare nuovi valori di mercato. L’ultima parte del capitolo è riservata alla realtà italiana che presenta delle variazioni metodologiche dettate dalle differenti condizioni territoriali e sociali rispetto al contesto in cui ha avuto origine il CPTED. La difformità più evidente consiste nel fatto che le teorie securitarie siano diventate materia di studi e ricerche accademiche piuttosto che motivazione dei programmi edilizi degli sviluppatori privati, così come accaduto negli Stati Uniti. Il dispiegarsi di nuove pratiche è supportato dalla comparsa di strumenti normativi che cercano di regolamentarne, o quantomeno indirizzarne, l’azione. Soprattutto nei Paesi dove la materia è relativamente recente. Il secondo capitolo illustra le linee guide e di indirizzo, redatte dagli organi tecnici della Comunità Europea, affinché i progettisti possano mettere in atto un corretto processo di progettazione capace di assicurare gli standard minimi di sicurezza. Anche il mercato corre a supporto del progettista fornendo di materiali sempre più ricchi e articolati “la sicurezza diventa una merce, prodotta e venduta sul mercato”. Da asfalti anti-skaters a intonaci a prova di graffito, da sistemi di videosorveglianza ad antifurti satellitari, gli architetti dispongono di un’ampia scelta per dotare gli edifici di sistemi attivi e passivi in questa battaglia continua che la complessità dei fenomeni urbani costringe a combattere. Soldati formati e specializzati, grazie alla crescita esponenziale di corsi di laurea e master finalizzati alla definizione di nuove figure professionali pronte a decodificare le richieste e applicare le norme messe loro a disposizione. Insegnare la sicurezza diventa, così, un passaggio fondamentale nella nuova “filiera” dell’architettura, i cui prodotti a differente scala costituiscono l’argomento dell’ultimo paragrafo. Nel terzo capitolo, l’analisi spazia dalla crescente attenzione del design industriale ai ripensamenti riguardanti le periferie urbane, dalle pratiche partecipate come strumento di riappropriazione territoriale alle demolizioni di interi quartieri come unica soluzione dei problemi inerenti la politica del territorio. La parte finale focalizzerà l’attenzione sulle strategie alternative che, utilizzando proprio “l’incidente”, l’indeterminato, come materiale architettonico attraverso cui proporre nuove soluzioni e modi d’uso, rovesciano concettualmente gli approcci “difensivi” più impiegati. Si tratta di ricerche architettoniche che mutuano dalla pratica artistica l’occupazione e la trasformazione dello spazio pubblico quale risorsa ancora necessaria per la vita metropolitana. Probabilmente alla fine della lettura, dopo avere visionato i diversi approcci nell’affrontare la crescente richiesta di sicurezza della società contemporanea (da quello “esclusivo” che utilizza la delimitazione fisica come strumento deterrente, a quello “inclusivo” in cui il pericolo diventa uno degli “ingredienti” del progetto) emergerà che il ruolo dell’architettura è ancora quello di porre domande e non di costruire certezze attraverso strumenti di controllo dettati dal mercato. Per un presente in costante accelerazione.
XX Ciclo
1974
Guillerm, Elise. "L'architecte Jean Dubuisson (1914-2011) : le dessin à l'épreuve des usages." Thesis, Paris 1, 2015. http://www.theses.fr/2015PA010590.
Повний текст джерелаThe oeuvre of the architect Jean Dubuisson rests on an artistic upbringing and a cursus honorum, crowned by a Grand Prix de Rome in 1945. His academic record and knowledge of the international avant-garde were his main assets when faced with the increase of commissions in the post-war era. His production aimed to reconcile two seemingly contradictory fields: the heritage of the École des Beaux-arts and an affirmed modernity. Marked by Mies van der Rohe or Jean Prouvé, he developed a graphie, uncluttered and innovative architecture through the use of aluminium and glassware. He contributed to the design of sophisticated housing in the Paris area and in the North and East of France. White at the head of an important Parisian agency, he designed city plans, constructed the Musée des Arts et Traditions populaires (Museum of popular arts and traditions), and restored the villa Savoye. He gained institutional responsibilities and engaged in the doctrinal debate: as an architecte des Bâtiments civils and Palais nationaux (architect of Civil Buildings and National Palaces), he taught at the École Saint-Luc de Tournai and presided over the Cercle d'études architecturales (society of architectural studies). His activity was supported both by traditional authorities in the profession and by the technical sphere. In the course of his various duties, he renewed the scope of the architect's skills and work methods: transnational exchanges, artistic collaborations, contribution to design, and restoration of modern built heritage. During a century of intense upheaval he embodied hegemonic modernity and faced its contradictions
Книги з теми "ARCHITETT"
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